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Archivio per la categoria ‘LINGUA ITALIANA’

Cittadinanza italiana con lingua italiana

1 Luglio, 2008 lineaitalia 5 commenti

In un articolo apparso questa settimana sul giornale argentino “Clarin” si parla della possibilità di includere come requisito per ottenere la cittadinanza italiana la conoscenza della lingua del Dante, la costituzione e i principi fondamentali della democrazia italiana.

Il senatore Alfredo Mantica in visita a Buenos Aires ha detto che queste misure saranno analizzate e che non è intenzione del governo italiano privare dei diritti agli italiani all’estero che, come si sa, hanno un legame molto forte con l’Italia.

L’intenzione di “limitare” la possibilità di ottenere la cittadinanza italiana si basa soprattutto dal fatto concreto che molti italo argentini diventano italiani per poi stabilirsi in Spagna come cittadini comunitari oppure per poter entrare negli Stati Uniti con più facilità. D’altronde la maggioranza non parla l’italiano ed è ignara della storia e dell’attualità d’Italia, ed è per questo che tra gli elementi che occorrerebbero per conseguirla in futuro ci sarebbe anche la formazione appropriata dei candidati attraverso corsi di lingua e cultura italiana.

Il testo completo dell’articolo in lingua spagnola su: http://www.clarin.com/diario/2008/06/30/elmundo/i-01704893.htm

Considerazioni sul passato remoto

8 Giugno, 2008 lineaitalia 6 commenti

Da alcuni anni ho notato che gli alunni hanno una particolare paura nei confronti del passato remoto. Non so bene se siamo noi insegnanti che spaventiamo loro con l’idea di un tempo verbale difficile e di “poco uso”. Dico questo tra virgolette perché ho anche appreso che molti dicono: “Perché usarlo se in Italia non si usa?” Credo sia questa un’idea sbagliata.

Comunque sia il passato remoto, se si vuole parlare con correttezza ed adeguatezza lo dobbiamo non solo imparare ma anche usare.

Per questo motivo vorrei dire agli alunni di non averne paura e chiedo ai docenti di presentarlo sin dal primo livello, attraverso testi semplici dove l’alunno riesca a capire che si tratta di un passato di un verbo che magari il discente è abituato ad utilizzare al presente. Per quello è sufficiente “riconoscerne” la terza persona del singolare e plurale.

Ora se parliamo un po’ della coniugazione ed in particolare della forma irregolare di questo tempo verbale, possiamo dire che risponde a certa “regolarità”. Basterà solo vedere e ricordare qualche regola. Per esempio analizziamo il verbo leggere”. Sappiamo che la prima persona è lessi . Automaticamente diciamo che la terza del singolare sarà lesse e che la terza del plurale sarà lessero, così:

Io

lessi

Lui/ Lei

lesse

Loro

lessero

 

Ciò significa che si deve ricordare solo la forma della prima persona e poi basterà sostituire i con, e ,e con ero. Semplice.

Le altre persone si prendono come se fossero regolari. Dobbiamo, però fare attenzione ad alcuni verbi che seguono una regolarità basata su una forma di infinito non odierna. Per esempio per il verbo fare analizziamo facere (che non esiste)

Io feci Irregolare
Tu facesti Come se fosse facere
Lui fece Irregolare
Noi facemmo Come se fosse facere
Voi faceste Come se fosse facere
Loro fecero Irregolare

 

Altri verbi che hanno la stessa caratteristica sono: Dire (dicere), bere (bevere).

Esiste un gruppo di verbi che finiscono in _arre, _orre, _urre chiamati sincopati perché si tratta di forme contratte e, quindi, appartengono alla seconda coniugazione ERE. Per esempio trarre (traere), porre (ponere), tradurre (traducere)

Trarre: trassi, traesti, trasse, traemmo, traeste, trassero

Porre: posi, ponesti, pose, ponemmo, poneste, posero

Tradurre: tradussi, traducesti, tradusse, traducemmo, traduceste, tradussero.

 


 

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L’origine del simbolo @ chiocciola

 

Il segno @, presente come separatore negli indirizzi di posta elettronica, detto anche a commerciale sulla scorta dell’uso anglo-americano di commercial at, per riferimento all’ambito in cui è stata a lungo impiegata, è indicato nell’italiano comune, ancorché legato al settore specialistico dell’informatica, dalla voce chiocciola. Questa forma è presente in ZINGARELLI già nell’edizione 1998, in GRADIT 2000, glossata come gergale, in DISC a partire dall’edizione 2003 come nome comune, ma con riferimento al settore informatico, e in Devoto-Oli 2002-2003 (mentre non era presente nell’edizione 1996) senza glosse. Ovviamente la voce trova la sua motivazione nella forma che ricorda la spirale della conchiglia del mollusco; la forma del resto aveva già motivato l’uso del termine nella grafica per indicare un ‘fregio a forma di chiocciola’ come attesta il GDLI 1961-2002 che cita Tommaso Garzoni (La piazza universale di tutte le professioni del mondo, Venezia 1601, 1585 prima ed.).

Per l’inglese at, che ZINGARELLI, a partire dall’edizione 2000, DISC e Devoto-Oli danno come sinonimo di chiocciola – il solo ZINGARELLI dà anche a commerciale – è indicata la data di ingresso nella nostra lingua nel 1986 da DISC, 1996 in ZINGARELLI e fine secolo XX da Devoto Oli; nessuna datazione invece per chiocciola in questa particolare accezione.

At è in inglese particella locativa con valore di ‘presso’ e coincide in larga parte con la preposizione italiana a. Per ciò che riguarda l’origine del segno grafico si pensava a un modo dei trascrittori amanuensi di scrivere ad latino e che lo “svolazzo” fosse in realtà una d secondo la scrittura onciale, un antico modo di scrivere usato dal III all’VIII secolo e dall’VIII al XIII secolo soprattutto nelle intestazioni e nei titoli.

L’ipotesi avanzata dal paleografo americano Berthold Louis Ullman in Ancient Writing and its Influence, New York 1932, p. 187 è stata messa in discussione da Giorgio Stabile, docente di Storia della scienza dell’Università “La Sapienza” di Roma, che nel corso di una ricerca portata a termine nel 2000 per l’Istituto Treccani ha constatato che il simbolo sembra trovarsi solo in testi posteriori che adottano la scrittura mercantesca, ovvero la grafia commerciale usata dai mercanti italiani a partire dal tardo medioevo. Nel suo articolo L’icon@ dei mercanti sono ripercorsi i passi che lo hanno condotto a sostenere che in origine il simbolo indicasse in realtà la parola anfora nel suo valore specifico di unità di misura, di capacità e di peso, usato già nell’antica Grecia e a Roma. Stabile cita la Nota di Paleografia Commerciale (per i secoli XIII-XVI) di Elena Cecchi in appendice alla raccolta di Federigo Melis, Documenti per la storia economica dei secoli XIII-XVI con una nota di Paleografia Commerciale di Elena Cecchi, Firenze Olschki 1972 (Istituto Internazionale di Storia economica “F. Datini” Prato, Pubblicazioni – Serie I. Documenti, 1) in cui a p. 569 un elenco delle più diffuse abbreviazioni commerciali usate nei secoli XIII-XVI si apre con l’indicazione “a (con svolazzo in senso antiorario) = anfora”. Nello stesso volume di Melis, a p. 114, è presente la trascrizione di una lettera da Siviglia del 24 maggio 1536 del mercante toscano Francesco Lapi nella quale si trova la voce anfora come unità di misura; voce che nel documento originale di cui è riportata la foto è appunto indicata con il simbolo @.

D’altra parte, nota Stabile, il termine spagnolo arroba, che indica @ in Spagna e in America Latina (derivato dall’arabo rub’a “un quarto” usato come unità di misura), designava un tempo sia una unità di peso (25 libbre) che una misura di vino e era tradotto proprio con amphora nel Vocabulario español-latino dell’umanista e grammatico Antonio Martínez de Cala y Jarava, conosciuto come Antonio de Nebrija, edito a Salamanca nel 1492.

Sembra quindi confermato che @, introdotto in ambito commerciale probabilmente da mercanti italiani, fiorentini o veneziani, sia stato in origine il “rappresentante” di anfora ‘unità di peso o capacità’ . Naturalmente proprio in grazia di questo significato è probabile che fosse seguito assai spesso da un valore numerico.

Successivamente considerato semplicemente come una a, scisso quindi dal termine di cui sarebbe stato originariamente simbolo, e forse anche perché seguito sovente da un numero, è stato usato nel linguaggio contabile anglosassone come commercial at col valore di ‘at a price of’ (‘al prezzo di’) seguito da un valore numerico indicante la quantità di moneta. Come tale sembra attestato a partire dal XVIII secolo e secondo l’autore di La storia di @, un articolo pubblicato in Internet datato 28 gennaio del 2004 (http://mau.aperion.it/wordpress/la-storia-di/), se ne troverebbe traccia presso la Biblioteca del Congresso, in alcune carte di George Washington e sicuramente sarebbe più volte presente in una fattura datata 20 settembre 1779. Con questo valore è tuttora in uso nelle transazioni di borsa via Internet come rileva anche lo stesso Stabile.

D’altra parte in Italia, sempre come “rappresentante” della lettera a viene usato, presumibilmente come equivalente di Addì , nel XIX secolo come testimonia Il Libro del Sacro Monte de’ Morti della confraternita del SS. Rosario di Castel Sant’Angelo datato 1803, documento descritto e documentato con foto da Marco G. in La storia della chiocciola @, apparso in internet nel giugno 2005. In questo documento infatti ciò che precede la data di morte nell’elenco dei sostenitori del Monte, in altri casi indicato con il consueto Li, è appunto il segno @.

In sostanza ciò che sappiamo per certo è che @ è un modo di trascrivere a, che nella grafia mercantesca indicava l’unità di misura espressa dal termine anfora e che le attestazioni riferibili a questo valore risultano al momento le più antiche. Sappiamo anche che nei secoli successivi in area anglosassone ha il valore contabile di at (the price of ) mentre in area italiana sembra usato come abbreviazione di Addì il che potrebbe reintrodurre l’antica ipotesi di una trascrizione di ad di Ullman, che però non sembra al momento trovare a sostegno testimonianze coerenti dal punto di vista cronologico.

Più chiaro ovviamente il seguito della vicenda del carattere: l’introduzione del carattere nella tastiera della macchina da scrivere pare databile al 1884 nella Caligraph No. 3 Commercial model con il suo valore commerciale di area anglosassone; e fra i caratteri disponibili nella tastiera l’ingegnere e programmatore americano Ray Tomlinson nel 1972 lo scelse perché tanto inusuale da essere inequivocabile come separatore, ma anche per il significato ‘presso’ che at ha nella lingua inglese corrente, negli indirizzi di posta elettronica per ARPANET, la rete universitaria di origine militare da cui sarebbe nata Internet.

 

Da Accademia della Crusca

Categories: LINGUA ITALIANA

Uso di andare e venire nel discorso indiretto

26 Febbraio, 2008 lineaitalia Lascia un commento

Come tutte le determinazioni di spazio anche i verbi ANDARE / VENIRE possono essere coinvolti da qualche cambiamento nel discorso indiretto: venire si usa se c’è un movimento in direzione di chi sta parlando (di chi sta facendo il discorso indiretto) e andare se c’è un movimento di allontanamento da lui. Quindi se una persona ha detto “Io sono andato a Roma”, io, che sono a Roma, dovrò dire: “Lui ha detto che era venuto a Roma”; nello stesso tempo, se io fossi a Milano, dovrei dire: “Lui ha detto che era andato a Roma”.

Qualche complicazione c’è in relazione all’uso “eccezionale” di venire: in italiano infatti la regola delle “direzioni” (andare lontano da me – venire vicino a me) ha una eccezione nelle frasi: vengo con te (da te, a casa tua ecc.) e vengo con Voi (da voi, a casa vostra ecc.). In pratica, se sto parlando con uno o più interlocutori, il mio movimento nella loro direzione è espresso dal verbo “venire” (per una sorta di “cortesia” o di “avvicinamento” nei confronti di chi parla con me).

Per questo immaginiamo un discorso diretto tipo:

“Io sono andato a casa di Claudio”

Se io volessi fare il discorso indiretto dovrei dire:

“Lui ha detto che era andato a casa di Claudio”.

Ma se io stessi parlando direttamente con Claudio, dovrei dire:

“Lui ha detto che era venuto a casa tua”

Da www.scudit.net

Categories: LINGUA ITALIANA

No al suicidio dell’italiano

25 Ottobre, 2007 lineaitalia Lascia un commento

Aiuto, stiamo «suicidando» la lingua italiana! Dalla pubblica amministrazione alla scuola, dalla sanità alla giustizia, dalla religione alla sicurezza, dal lavoro alla pubblicità, ci affanniamo a persuadere le menti e a conquistare gli animi degli immigrati comunicando con decine di idiomi diversi, mobilitando un esercito di mediatori linguistico-culturali, anziché chiedere ed esigere che siano degli ospiti— che accogliamo dando loro l’opportunità di migliorare la loro condizione di vita — a conoscere e a dialogare nella nostra lingua nazionale.
Oltretutto, se ci pensiamo bene, l’italiano è la certezza che ci è rimasta di un’identità collettiva vilipesa e tradita dal rischio di estinzione a causa delle conseguenze letali del morbo del multiculturalismo sul piano della perdita dei valori comuni e condivisi. In un mondo in cui siamo soltanto noi a parlarlo e che ci ha già declassato a idioma di serie B, se siamo noi stessi a relativizzarne il valore all’interno stesso dell’Italia mettendolo sullo stesso piano di decine di lingue straniere, la sua morte certa sarà ancora più precoce dell’inevitabile tracollo demografico di una popolazione autoctona a tasso di natalità zero. Nonè una scoperta assolutamal’apparire sui tram milanesi della pubblicità della Kinder Ferrero in inglese, spagnolo e arabo ci costringe a una rinnovata riflessione.
Come interpretare il fatto che la parlamentare di An, Daniela Santanchè, decida di far pubblicare un manifesto a pagamento con una scritta in arabo che recita «Imparate l’italiano e sarete più sicuri dei vostri diritti, dei vostri doveri e del posto che vi spetta nella nostra Patria»? Perché in uno Stato che si rispetti un privato cittadino si accolla l’onere anche finanziario di esortare lo straniero a imparare la lingua nazionale? Non dovrebbe essere una prerogativa e un dovere del governo e delle istituzioni affermare la centralità dell’italiano? Evidentemente non è così visto che non solo non si ritiene che l’immigrato debba conoscere la nostra lingua, ma ci si rifiuta per ragioni ideologiche di prendere in considerazione tale ipotesi.
Tutt’al più si offre l’opportunità all’immigrato di imparare l’italiano, come è nei piani del ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, ma a condizione che sia lui a decidere se, quando e come accettare. E’ stato il ministro dell’Interno Giuliano Amato, lo scorso 11 ottobre, a formalizzare il rifiuto del governo a chiedere all’immigrato di conoscere l’italiano. L’ha fatto con una battuta: «Se a mia zia fosse stato chiesto di recitare l’Oxford Dictionary quando sbarcò a Staten Island, probabilmente sarebbe stata respinta dagli Usa e rispedita in Sicilia a fare la fame perché, a quei tempi, lei e tanti altri emigranti parlavano a stento l’italiano». E questa è stata la sua conclusione: «Ciò che non hanno chiesto a mia zia non intendo chiederlo agli immigrati che arrivano in Italia». Il discorso di fondo è una esplicita opzione per una società multiculturalista in cui vengono relativizzate le identità, le culture, le religioni e le lingue.
In quell’occasione Amato ha presentato raggiante un opuscolo «In Italia in regola », tradotto in sette lingue straniere e stampato in un milione di copie. Iniziative simili sono state fatte da diversi ministeri che interagiscono con gli immigrati. Ebbene se lo Stato investe milioni di euro per tradurre le regole comuni e riuscire a comunicarle a chi risiede nello stesso spazio territoriale, significa che ha fallito in partenza perché non ha compreso che solo condividendo la lingua nazionale, in aggiunta ai valori e alla cultura, potrà iniziare il percorso per una costruttiva integrazione. L’investimento deve essere fatto non per rincorrere le lingue dei nostri ospiti,ma per vincolare l’ospite a conoscere la nostra lingua. Deve essere un obbligo, non un optional.
Non c’è poi da sorprenderci se al tradimento dell’italiano in patria si accompagna l’abbandono totale della sorte della lingua nazionale all’estero, concedendo spiccioli alla Società Dante Alighieri (solo 1,7 milioni di euro contro i 300 milioni del Goethe Institut) e assottigliando sempre più i finanziamenti agli istituti di cultura italiani nel mondo (17,5 milioni di euro nel 2006). Ecco perché è ridicolo che ci si scandalizzi se l’Unione Europea e le Nazioni Unite declassificano l’italiano. Ma se non ci crediamo noi stessi al valore della nostra lingua e l’abbiamo trasformata nel simbolo di un suicidio nazionale, perché dovrebbero riabilitarla e riesumarla gli stranieri?

Magdi Allam
Da www.corriere.it