Orecchie
Devi fare l’abitudine al silenzio e al fracasso; passi di colpo dalle corti ovattate al canalGrande strombazzante di barche da trasporto, dalla gondola solitaria alla flotta diserenate, le fisarmoniche e i turisti che battono le mani al ritmo del ballo del quaqquà e il baritono cicciobombo con la voce irrigata dalle ombre. I gondolieri hanno un clacson portatile nell’ugola: una gondola in arrivo non fa rumore, perciò quando sono vicini a una svolta a gomito avvertono gridando “òe pòpe!”: il pope non è un sacerdote ortodosso, è il posto di voga a poppa. Ci sono specchi convessi per evitare gli scontri, e segnali stradalicon i limiti di velocità per le barche a motore. Sembrano di un’altra epoca automobilistica: in canal Grande il massimo consentito è di 5 km/h, in canale della Giudecca 11 km/h, in bacino san Marco 20 km/h. poliziotti, pompieri, tassisti, ambulanze e servizi funebri si spostano rombando in motoscafo. Se sei curioso (curiosa) di vedere le lance rosse dei pompieri, le trovi ormeggiate sotto gli archi della caserma centrale, di fianco a Ca’ Foscari.Le sirene dilatano le navi in lontananza, propagano il porto espandendolo in aria.Le piraterie dei gatti ti svegliano di notte, si sfidano a duello latrandosi in faccia, miaolano in calore. I gatti sgattaiolano, i cani si accaniscono, i topi stopaiolano di nascosto: di notte, verso l’una, le pantegane escono nelle calli a bucare le borse di plastica della spazzatura esposta all’aperto, si tuffano nei canali, li attraversano a nuoto per raggiungere giacimenti di pattume. Pantegana deriva da mus ponticus, ratto marino del Ponto Eusino: sono zoccole orientali, nel Medioevo hanno imbarcato la peste nera dal mar Nero, nascosta nel morso dei loro pidocchi sulle galee cariche di merci. La chiesa del Redentore alla Giudecca e la Madonna della Salute sono templi dedicati alla sconfitta dei topi pestiferi, monumenti alla derattizzazione.Giri con le poesie di Pascoli per collaudare dal vivo le sue trascrizioni fonetiche dellinguaggio degli uccelli. Tortore monovocaliche hanno imparato soltanto la u, si salutano per nome, si chiamano tutte Turturu; capinere, merli, rondoni, storni, usignoli, oggetti cinguettanti non identificati, carillon volanti, trombette alate, nidi di ottavini, zuffe e zufoli, rami fioriti di pifferi, fischietti arbitrali con le zampe, ocarine passerotte, siringhe di Pan piumate.Il decollo dei piccioni frulla come l’avviamento di un motore imbolsito, una marcia che non ingrana. I passeri ti rubano le patatine senza far rumore mentre bevi un aperitivo all’aperto. D’estate le microseghe elettriche delle cicale sono spie rivelatrici, segnalano alla centrale i giardini nascosti fra le case; i servizi segreti le hanno sparse a pioggia come cimici elettroniche dagli elicotteri.I gabbiani turbinano gridando sopra le bancarelle di santa Margherita, i pescivendolilanciano per aria pesci volanti, sardine leggere, pesce azzurro nel cielo celeste; i gabbiani li inghiottono al volo; ti seguono accanto alle motonavi, immobili, sospesi a un metro dalla tua mano, volano alla stessa velocità del battello, aspettano che gli getti un boccone. In laguna ci sono strade invisibili in mezzo all’acqua, canali navigabili, fondali più profondi: doppie file di tronchi segnano la via ai battelli per non farli incagliare nelle secche; i gabbiani si riposano in cima a tronchi, ognuno sul suo rotondo monolocale di cento centimetri quadri; fanno siesta sulle bricole dei rii, si svegliano tutti insieme, si danno appuntamento alle Zattere con i pensionati e le vecchiette che svuotano sulla riva pane secco e cornici di pan carré.Sulla superficie dei canali scoppiano le bollicine dei granchi; l’acqua stagnanterabbrividisce per un attimo, il suo sonno profondo viene disturbato dalla coda di unbranzino.Scegli il tuo richiamo araldico, lo stemma sonoro della tua stirpe: Venezia è una città totemica, abitata da migliaia di allegorie in carne e ossa, pelo, penne, pinne, bestiari simbolici, animali vivi più chimerici dei leoni alati di pietra.In primavera, alle Zattere, la domenica pomeriggio gruppi di fricchettoni improvvisano jam session di bongo e tamburi.Scendi il ponte di Rialto dalla parte del mercato: chiudi gli occhi camminando, ascolta la babele delle lingue dei turisti di tutto il mondo concentrati in cinquanta metri di calle.Uno scrittore cieco diceva che per lui una bella giornata è una giornata di vento, di pioggia: gli alberi si fanno sentire, accartocciano l’aria lì in fondo; la densità degli scrosci d’acqua, il loro impatto con le cose lascia indovinare la forma della città: qui c’è un palazzo altissimo, di là la tenda di un bar.A Venezia la stessa nuvola rovescia secchiate oblique su un campo, ma riesce a centrare con poche frecce d’acqua le calli strette: le gocce si fanno all’improvviso più sottili, eppure questa grondaia fiotta, il canale lì dietro è pieno di cerchietti, come se un miliardo di pescatori stesse gettando la lenza nello stesso istante. Con un po’ di esercizio potrai riconoscere a orecchio la pioggia più impalpabile, la nuvola più leggera, le goccioline sospese rasoterra, la nebbia.I tacchi che risuonano di notte nelle calli addormentate sono la punteggiatura della tua solitudine.La tua giornata viene affettata in ore e mezz’ore dai rintocchi delle campane. Amezzanotte rintrona la madre di tutte le campane: la marangona del campanile di san Marco comanda il silenzio. TIZIANO SCARPA



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