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Archivio per la categoria ‘IL BEL PAESE’

La pietra guaritrice

18 Febbraio, 2009 lineaitalia Lascia un commento

Pietra guaritriceIn Piemonte e nei pressi di Alessandria si trova la chiesa dedicata a San Baudino e a Santa Varena. Su un muro di questa chiesa vi è una pietra con sopra una scritta ”Pietra di Santa Varena”. Secondo la tradizione questa pietra di granito avrebbe delle proprietà guaritrici per chi soffre di mal di schiena appoggiandovi la schiena  la schiena nel punto dolorante. La santa di origine elvetica  si sarebbe fermata in questo luogo tornando dall’Egitto visse per anni nel nord Italia e oltralpe compiendo miracoli.  Avrebbe infatti “prodigiosamente” spostato il masso, che si trovava fuori dal paese (sembra nella borgata Parasio) nel luogo in cui si trova ora per strapparlo ai culti pagani che gli abitanti della zona ancora praticavano, e avrebbe ordinato di costruirvi sopra una chiesa, cristianizzandone il culto. Lo studioso Roberto Gremmo, ha notato che nella lingua locale la parola varèina, significa appunto “guaritrice”.

La spiegazione più sensata al riguardo della Pietra e della sua leggenda, è che essa fosse un un menhir, singolo o parte di un complesso megalitico, o forse semplicemente un masso sacro agli antici, come abbiamo visto in altri casi, e data la persistenza del culto così radicato anche in epoca cristiana, impossibile da estirpare, sia stata cristianizzato con la costruzione di una chiesa su di esso e con l’associazione alla santa. Da notare che si tratta di una santa e non di un santo. Come abbiamo visto, nonostante tutto, il culto è arrivato fino a noi e la chiesa ha per una volta contribuito a conservare un megalite che altrimenti sarebbe probabilmente scomparso.

Tratto da http://amicodeglialberi.splinder.com

Categories: IL BEL PAESE, MISTERI

Il parco dei mostri

10 Ottobre, 2008 lineaitalia 2 commenti

Il cosiddetto Parco dei Mostri o Sacro Bosco di Bomarzo, in provincia di Viterbo, è un complesso monumentale situato alle pendici di un vero e proprio anfiteatro naturale.

Qui Vicino Orsini fece costruire nel XVI secolo alcuni monumenti che raffigurano animali mostruosi e mitologici. Gli architetti erano Pirro Ligorio, Jacopo Barozzi da Vignola ed altri successori. Chiamò il parco Sacro Bosco e lo dedicò a sua moglie, Giulia Farnese (non la concubina del papa Alessandro VI). Vi sono anche architetture impossibili, come la casa inclinata, o alcune statue enigmatiche che rappresentano forse le tappe di un itinerario di matrice alchemica.

Iscrizioni sui monumenti stupiscono e confondono il visitatore. Forse questa era l’intenzione del principe: (Voi che pel mondo gite errando vaghi di veder meraviglie alte et stupende venite qua, dove son faccie horrende, elefanti, leoni, orchi et draghi.). Ci sono anche implicazioni morali: (Animus quiescendo fit prudentior ergo). O forse il complesso fu fatto semplicemente “per arte” in un doppio senso della parola (Tu ch’entri qua con mente parte a parte et dimmi poi se tante meraviglie sien fatte per inganno o pur per arte).

Scienziati storici e filologi hanno fatto parecchi tentativi di spiegare il labirinto di simboli, e hanno trovato temi antichi e motivi della letteratura rinascimentale, per esempio del Canzoniere di Petrarca, dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto e dei poemi Amadigi e Floridante di Bernardo Tasso (in quest’ultimo compare ad esempio un dragone d’acciaio con una stanza all’interno, e dalla cui bocca uscivano amazzoni a cavallo). Sono rimasti, però, talmente tanti misteri che uno schema interpretativo universale, alla fine, forse non potrebbe essere trovato; su un pilastro, però, compare la possibile iscrizione-chiave “Sol per sfogare il core”. John Shearman, che cita più volte il parco nel suo Mannerism, parla di “incredibili, piacevoli e soprattutto manifeste finzioni – prodotti d’evasione artistica e letteraria”.

Dopo la morte dell’ultimo principe Orsini nel 1585 il parco fu abbandonato e nella seconda metà del Novecento fu restaurato dalla coppia Giancarlo e Tina Severi Bettini, i quali sono sepolti nel tempietto interno al parco, che forse è anche il sepolcro di Giulia Farnese.

Da wikipedia

Categories: IL BEL PAESE

Il Palio della Balestra

26 Luglio, 2008 lineaitalia 1 commento

Il Palio della Balestra è la festa per eccellenza di Sansepolcro, che può a pieno titolo chiamarsi ” città della balestra”.
Il palio trae origine dalle esercitazioni militari con le quali il Comune teneva in esercizio le milizie cittadine, all’epoca in cui la balestra era quella ” mortiferam artem ” che Papa Innocenzo II proibì, peraltro inutilmente, almeno nelle dispute e guerre tra cristiani.
Infatti la balestra utilizzata nella difesa della città di Sansepolcro e giunta sino ai giorni nostri, non è l’arma leggera da spalla, più adatta all’attacco o alla caccia, ma il grosso balestrone da posta dalla potenza micidiale.Le esigenze della difesa erano particolarmente sentite in una terra di confine come quella di Sansepolcro, continuamente contesa dai Signori vicini. Da qui la necessità di armare i cittadini e di addestrarli costantemente, attraverso esercitazioni che assumevano spesso il carattere di gare e sfide.
Così la balestra , ancor prima di essere soppiantata nella difesa della città dalle armi da fuoco, è anche arma da torneo per una sfida – ” un esercitamento utile e bono “- che i cittadini del Borgo, valenti balestrieri, inseriscono nella festa principale della città, quella del 1 settembre dedicata ai Santi Fondatori Arcano ed Egidio.

E che la balestra sia inscindibilmente legata alla storia cittadina lo conferma una cronaca quasi ininterrotta di palii giocati in occasione dei principali avvenimenti cittadini, dalla consacrazione della Cattedrale a sede vescovile, alla concessione dell’ agognato titolo di città, alle visite dei Principi.
“Che si balestri il palio ” è dunque una sorta di filo rosso nella storia di Sansepolcro.
La fama di valenti balestrieri dei cittadini del Borgo richiama alla festa delle calende di settembre balestrieri da un vasto contado che va dall’Adriatico , al ducato di Urbino, all’ Appennino umbro e romagnolo.
Nel 1668, i rappresentanti della Comunità del Borgo approvano l’atto pubblico più importante riferito al Palio : i Capitoli da osservarsi nel tirare con le balestre , a conferma della rilevanza il palio aveva assunto e della necessità di codificare norme tramandate dalla tradizione e che ancora oggi regolano la gara.

Se il palio resta aperto a tutti i balestrieri, dall’inizio del ‘600 diventano però sempre più stretti i rapporti con la città di Gubbio, in un reciproco scambio di inviti in occasione delle feste patronali delle due città, poiché ” maggior gloria riporta il vincitore quando con homini esperti et famosi viene a cimentarsi”.
E sono questi uomini esperti e famosi che ancora oggi si cimentano nel Palio, che è giunto sino ai giorni nostri proprio come sfida esclusiva tra i balestrieri di Gubbio e Sansepolcro.

 

Dawww.comune.sansepolcro.ar.it

www.comune.sansepolcro.ar.it

Atella, Basilicata

Atella sorge al centro della Valle di Vitalba , l’ampia e pressoché pianeggiante vallata che si estende da Lagopesole al Vulture che prende il nome da un casale (VITALBA) che sorgeva su una collinetta (colle di S. Marco) vicina alla fiumara, scomparso alla fine del 1200.
La cittadina nacque tra il 1320 ed il 1330, nell’ambito della riorganizzazione demica voluta dagli angioini nel Regno di Napoli.

L’epoca certa di fondazione della città è quindi il Trecento. Tuttavia in passato si è creduto che Atella fosse stata fondata nel III sec. a.C. da profughi dell’omonima città campana, o che fosse sorta sulle rovine di un’altra città (Celenna) citata da Virgilio nell’Eneide. Queste ipotesi, che sembrano trovare conferma in alcuni ritrovamenti archeologici (una necropoli del IV sec. a.C.; un sarcofago d’epoca imperiale romana, oggi conservato nel Museo Nazionale di Napoli ), allo stato dei fatti sono prive di fondamento.
Per la volontà del fondatore, che volle la città “forte di mura e bella di vie simmetriche”, per la fertilità del terreno e per la “industria ed arte” dei suoi abitanti, Atella diventò un centro assai importante sia sotto il profilo economico che militare.

Nel Trecento e nel Quattrocento era una delle cittadine più ricche della Basilicata (pagava, infatti, più tasse di ogni altro paese della regione); numerose erano le chiese (oltre alle chiese parrocchiali di S. Maria, S. Nicola e S. Eligio , nel Quattrocento vi erano ad Atella le chiese di S. Leonardo; di S. Vito; di S. Francesco della Scarpa, detta anche del “Crocifisso” ; dell’Annunziata; di S. Maria degli Angeli ; di S. Caterina; di S. Giovanni, con annesso ospedale; di S. Maria di Perno in moenibus; di S. Martino; di S. Maria di Vitalba; di S. Aloia; di S. Felice) ed i conventi esistenti nel territorio cittadino (quello di S. Agostino, degli Agostiniani, presso la chiesa di S. Vito; dell’Annunziata, dei Domenicani, presso la chiesa omonima ; di S. Francesco della Scarpa, dei Francescani Conventuali, presso la chiesa del Crocifisso; di S. Maria degli Angeli, dei Francescani Regolari, cui nel Settecento successero i Cappuccini, presso la chiesa omonima; di S. Maria di Vitalba, dei Francescani Regolari, trasferitisi ai primi del Cinquecento a S. Maria degli Angeli, cui successero, sia pure per breve periodo, i Carmelitani; di S. Spirito, delle Benedettine di clausura; di S. Michele in Vulture, dei Benedettini prima, dei Cappuccini dopo, possessore in Atella di una “grancia”, o ospizio, con annessa l’innanzi citata Chiesa di S. Felice).

In quel periodo vi si svolsero importanti avvenimenti (gli assedi del 1361 e del 1496) ; i prodotti del suo territorio (cereali, formaggi, carni suine insaccate) raggiungevano importanti piazze del Mezzogiorno d’Italia; diversi atellani ebbero contatti con alcune corti principesche italiane.
Le cattive cure che le dedicarono i feudatari a partire dal Cinquecento, che scaricarono sulla cittadina e sui suoi abitanti il peso della fiscalità spagnola e del loro indebitamento; i numerosi passaggi di mano cui fu sottoposta (dopo essere stata a lungo feudo dei Caracciolo, Atella nel 1530 passò da Filiberto Chalon ad Antonio de Leyva, ai Gesualdo, a Giulio Cesare di Capua, a Giovan Battista Caracciolo della Gioiosa, ai Filomarino fino ai Caracciolo di Torella, che l’hanno posseduta fino all’eversione della feudalità) i terremoti (in particolare quello del 1694, che distrusse quasi completamente la cittadina); la malaria; la crisi delle attività economiche (agricoltura e allevamento), provocarono una progressiva decadenza della cittadina, che non ritornò più ai fasti di un tempo.

Tratto da Comune di Atella

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Dolomiti

16 Febbraio, 2008 lineaitalia Lascia un commento

Con il termine “Dolomiti” si indica genericamente la regione caratterizzata dalla presenza della dolomia, un minerale particolare, localizzato nelle zona più elevata delle Alpi Venete, tra la Val Pusteria, la Val Rendena e la Valle del Piave. Paesaggio diverso dagli altri pur straordinari dei rilievi alpini, colpisce per la sua grandiosità, che si articola in conche ampie rivestite da verdi praterie, boschi fitti di conifere gigantesche e piccoli laghi glaciali.

Spettacolari e mozzafiato sono alcuni aggettivi che potremmo usare per definire i panorami che offrono le Dolomiti, sia d’estate che in inverno. Le montagne, maestose e in certi punti perfino terrificanti, si specchiano dolcemente nei laghi dalle acque cristalline. Ovunque si percepisce il senso della natura incontaminata e selvaggia che sovrasta l’uomo. La Natura qui ha creato un regno straordinario che le masse di turisti non hanno mai minimamente mutato. Un quadro idilliaco che viene poi completato dalla presenza di animali come lo stambecco, l’aquila, i camosci o le marmotte che, insieme a una ricca vegetazione, rendono questa visita inimitabile. Ma non si devono dimenticare gli insediamenti dell’uomo che si inseriscono perfettamente nella cornice della natura.

Percorrendo in lungo e in largo le valli dolomitiche, le vedute dei paesini disseminati nelle conche verdi ai piedi delle montagne si ripetono ovunque con la stessa grazia e la stessa serenità. Sono centri ridenti, lindi, fioriti, simili d’inverno a suggestivi presepi o d’estate a graziosi paesi dei balocchi. Per accedere a questi posti di sogno potrà in parte essere utilizzata la Grande strada delle Dolomiti, segno inconfondibile del passaggio dell’uomo che così ha reso percorribili posti fino a questo secolo del tutto isolati.

Nelle regioni dolomitiche rari pezzi d’arredamento, soprammobili e perfino oggetti d’uso quotidiano, sono realizzati in legno con molta cura e attenzione. Vi sono incisi o lavorati ad intaglio motivi decorativi simbolici, floreali o astratti. Del resto le case stesse hanno portoni in legno molto antichi che presentano una parte superiore a lunetta e i battenti ripartiti in campi rettangolari, ornati con stemmi araldici o altre figurazioni a rilievo. Ma dove veramente questo tipo di artigianato non teme rivali è l’esecuzione delle culle che oggi hanno quasi interrotto la loro vera funzione per divenire veri e propri oggetti d’arredamento. La culla, in legno d’abete o di noce, poggia su due mezzelune di grandezza e altezza variabile. La parte decorata e solitamente più bella è l’arco, costituito da una sottile fascia di legno curvato, fissato sulla parte superiore con nastri cui si appendeva la tendina per proteggere il bambino dagli insetti. L’arco mostra motivi a dente di lupo, a riccio d’onda, a nastro che recano anche simboli religiosi, tra cui la croce con il monogramma con Cristo.

Fonte: www.lebellezzeditalia.it 

Foto: www.italytraveller.com

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