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Archivio per la categoria ‘BIOGRAFIE’

Fabrizio De André

4 Novembre, 2007 lineaitalia Lascia un commento

Fabrizio De André nasce il 18 febbraio 1940 a Genova (Pegli) in Via De Nicolay 12 da Luisa Amerio e Giuseppe De André, professore in alcuni istituti privati da lui diretti. Nella primavera del 1941 il professor De André, antifascista, visto l’aggravarsi della situazione a causa della guerra, si reca nell’Astigiano alla ricerca di un cascinale ove far rifugiare i propri familiari e acquista nei pressi di Revignano d’Asti, in strada Calunga, la Cascina dell’Orto ove Fabrizio trascorre parte della propria infanzia con la madre e il fratello Mauro, maggiore di quattro anni. Qui il piccolo “Bicio” – come viene soprannominato – impara a conoscere tutti gli aspetti della vita contadina, integrandosi con le persone del luogo e facendosi benvolere dalle stesse. E’ proprio in tale contesto che cominciano a manifestare i primi segni di interesse per la musica: un giorno la madre lo trova in piedi su una sedia, con la radio accesa, intento a dirigere un brano sinfonico a mò di direttore d’orchestra. In effetti, la leggenda narra che si trattasse del “Valzer campestre” del celebre direttore d’orchestra e compositore Gino Marinuzzi, dal quale, oltre venticinque anni dopo, Fabrizio trarrà ispirazione per la canzone “Valzer per un amore”.
Nel 1945 la famiglia De André torna a Genova, stabilendosi nel nuovo appartamento di Via Trieste 8. Nell’ottobre del 1946 il piccolo Fabrizio viene iscritto alla scuola elementare presso l’Istituto delle suore Marcelline (da lui ribattezzate “porcelline”) dove inizia a manifestare il suo temperamento ribelle e anticonformista. Gli espliciti segnali di insofferenza alla disciplina da parte del figlio inducono in seguito i coniugi De André a ritirarlo dalla struttura privata per iscriverlo in una scuola statale, l’Armando Diaz. Nel 1948, constatata la particolare predisposizione del figlio, i genitori di Fabrizio, estimatori di musica classica, decidono di fargli studiare il violino affidandolo alle mani del maestro Gatti, il quale individua subito il talento del giovane allievo.
Nel ‘51 De André inizia la frequentazione della scuola media Giovanni Pascoli ma una sua bocciatura, in seconda, fa infuriare il padre in maniera tale che lo demanda, per l’educazione, ai severissimi gesuiti dell’Arecco. Finirà poi le medie al Palazzi. Nel 1954, sul piano musicale, affronta anche lo studio della chitarra con il maestro colombiano Alex Giraldo.
E’dell’anno dopo la prima esibizione in pubblico a uno spettacolo di beneficenza organizzato al Teatro Carlo Felice dall’Auxilium di Genova. Il suo primo gruppo suona genere country e western, girando per club privati e feste ma Fabrizio si avvicina poco dopo alla musica jazz e, nel ‘56, scopre la canzone francese nonchè quella trobadorica medievale.
Di ritorno dalla Francia il padre gli porta in regalo due 78 giri di Georges Brassens del quale il musicista in erba inizia a tradurne alcuni testi. Seguono gli studi ginnasiali, liceali ed infine universitari (facoltà di giurisprudenza), interrotti a sei esami dalla fine. Il suo primo disco esce nel ‘58 (l’ormai dimenticato singolo “Nuvole barocche”), seguito da altri episodi a 45 giri, ma la svolta artistica matura diversi anni dopo, quando Mina gli incide “La Canzone di Marinella”, che si trasforma in un grande successo.
Tra i suoi amici di allora ci sono Gino Paoli, Luigi Tenco, Paolo Villaggio. Nel ‘62 si sposa con Enrica Rignon e nasce il figlio Cristiano.
Sono i modelli americani e francesi del tempo a stregare il giovane cantautore che s’accompagna con la chitarra acustica, che si batte contro l’ipocrisia bigotta e le convenzioni borghesi imperanti, in brani diventati poi storici come “La Guerra di Piero”, “Bocca di Rosa”, “Via del Campo”. Seguirono altri album, accolti con entusiasmo da un pugno di cultori ma passati sotto silenzio dalla critica. Così come la stessa sorte segnò album stupendi come “La buona novella” (del 1970, una rilettura dei vangeli apocrifi), e “Non al denaro né all’amore nè al cielo”, l’adattamento dell’Antologia di Spoon River, firmato insieme con Fernanda Pivano, senza dimenticare “Storia di un impiegato” profondo lavoro di marca pacifista.
Solo dal 1975 De André, schivo e taciturno, accetta di esibirsi in tour. Nel 1977 nasce Luvi, la seconda figlia dalla compagna Dori Ghezzi. Proprio la bionda cantante e De André vengono rapiti dall’anonima sarda, nella loro villa di Tempio Pausania nel 1979. Il sequestro dura quattro mesi e porta alla realizzazione dell’”Indiano” nel 1981 dove la cultura sarda dei pastori viene accostata a quella dei nativi d’America. La consacrazione internazionale arriva con “Creuza de ma”, nel 1984 dove il dialetto ligure e l’atmosfera sonora mediterranea raccontano odori, personaggi e storie di porto. Il disco segna una pietra miliare per l’allora nascente world music italiana ed e’ premiato dalla critica come miglior album dell’anno e del decennio.
. Nel 1988 sposa la compagna Dori Ghezzi, e nel 1989 intraprende una collaborazione con Ivano Fossati (da cui nascono brani come “Questi posti davanti al mare”). Nel 1990 pubblica “Le nuvole”, grande successo di vendite e di critica, che è accompagnato da un tour trionfale. Segue l’album live del ‘91 e il tour teatrale del 1992, poi un silenzio di quattro anni, interrotto solo nel 1996, quando torna sul mercato discografico con “Anime Salve”, altro disco molto amato dalla critica e dal pubblico.
L’11 gennaio 1999 Fabrizio De André muore a Milano, stroncato da un male incurabile. I suoi funerali si svolgono il 13 gennaio a Genova alla presenza di oltre diecimila persone.
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Eduardo De Filippo

19 Settembre, 2007 lineaitalia 1 commento

Figlio d’arte, Eduardo de Filippo nasce a Napoli il 24 maggio del 1900, dall’unione di Luisa De Filippo con l’attore e commediografo Eduardo Scarpetta (l’autore di “Miseria e nobiltà”).
Nel 1904, Eduardo debutta giovanissimo come giapponesino al Teatro Valle di Roma ne “La geisha”, firmata dallo stesso Scarpetta. Dopo quella prima breve esperienza prende parte ad altre rappresentazioni come comparsa o in piccoli ruoli.
A soli undici anni i genitori decidono di mandarlo nel collegio Chierchia di Napoli, per il suo carattere un po’ turbolento e per la scarsa propensione agli studi. Ma solo due anni dopo, quando è al ginnasio, interrompe gli studi e continua la sua istruzione sotto la guida del padre Eduardo. Il quale per oltre due ore al giorno lo costringe a leggere e ricopiare testi teatrali. Inoltre, quando capita l’occasione, il giovane De Filippo non disdegna di partecipare a lavori teatrali, nei quali dimostra una innata bravura, particolarmente per il repertorio farsesco.Nel 1914 a quattordici anni, Eduardo entra stabilmente nella compagnia del fratellastro Vincenzo Scarpetta, nella quale Eduardo fa di tutto, dal servo di scena, all’attrezzista, dal suggeritore, al trovarobe, e vi rimane fino a quando viene chiamato per il servizio militare, dal 1920 al 1922, ma non prima di pubblicare il suo primo atto unico “Farmacia di turno”, nel 1920. Ma anche durante il servizio di leva il suo impegno artistico era tale e tanto che nelle ore libere si recava in teatro a recitare.
Finito il militare De Filippo lascia la compagnia di Vincenzo Scarpetta per passare a quella di Francesco Corbinci, con il quale esordisce, per la prima volta in una regia impegnata, al teatro Partenope di via Foria a Napoli con “Surriento gentile” di Enzo Lucio Murolo.
Nel 1922 scrive e dirige un altro suo lavoro teatrale, “Uomo e galantuomo”.
Eduardo abbandona la compagnia di Francesco Corbinci per tornare a quella del fratellastro Vincenzo e vi rimane fino al 1930. In questo periodo conosce e sposa Doroty Pennington un’americana in vacanza in Italia e recita anche in altre compagnie come quella di Michele Galdieri e di Cariniù Falconi.Con lo pseudonimo di Tricot nel 1929 scrive l’atto unico “Sik Sik l’artefice magico”.
Insieme ai fratelli Peppino e Titina nel 1931, fonda la compagnia del “Teatro Umoristico I De Filippo”. In questo periodo, egli scrive come autore opere del valore di “Natale in casa Cupiello” (1931) e “Chi è cchiù felice ‘e me?” (1932) e allo stesso tempo inizia un’intensa attività cinematografica con “Tre uomini in frack” (1932) di Mario Bonnard, seguito da “Il cappello a tre punte” (1934) di Mario Camerini e “Quei due” (1935) di Gennaro Righelli.
Nel 1945, scrive “Napoli milionaria” e rompe definitivamente il rapporto artistico con Peppino; per cui la loro Compagnia si scioglie. Così Eduardo dà vita alla “Compagnia di Eduardo”, che rappresenta nel 1946 “Questi fantasmi” e di lì a poco, con esiti trionfali, “Filumena Marturano”, destinato a divenir cavallo di battaglia della grande Titina.Da qui è sempre un crescendo con altri capolavori come: “Le bugie con le gambe lunghe” (1947), “La grande magia” (1948), “Le voci di dentro” (1948), “La paura numero uno” (1951) che vanno ad arricchire un repertorio sempre più fuori dell’ordinario, contemporaneamente al cinema gira “Assunta Spina” (1948, di M. Mattoli), “Napoli milionaria” (1950), “Filumena Marturano” (1951), “L’oro di Napoli” (1954, di V. De Sica), “Fantasmi a Roma” (1960, di A. Pietrangeli).
Grande soddisfazione Eduardo l’ha nel 1958, quando viene rappresentata a Mosca, con la regia di R. Simonov, “Filumena Marturano” e, nel 1962, “Il sindaco del rione Sanità”.
Nel 1964, scrive “L’arte della commedia”, paragonata a “L’impromptu” di Molière; Il 1973 è un altro anno di grandi soddisfazioni: mette in scena “Gli esami non finiscono mai” e viene rappresentata “Sabato, domenica e lunedì”, con la regia di Franco Zeffirelli all’Old Vic di Londra con l’interpretazione di Laurence Olivier.A coronamento della sua incredibile carriera nel novembre del 1980, gli viene conferita la laurea in lettere honoris causa dall’Università di Roma e viene nominato senatore a vita nel 1981.
Eduardo si spegne il 31 ottobre del 1984, nella clinica romana Villa Stuart dove era stato ricoverato pochi giorni prima.
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22 maggio, anniversario della scomparsa di Alessandro Manzoni (1873)

Nato a Milano nel 1785 da una relazione extra-matrimoniale tra Giulia Beccaria e Giovanni Verri, fratello di Alessandro e Pietro (noti esponenti dell’Illuminismo), e immediatamente riconosciuto dal marito di lei, Pietro Manzoni, Alessandro Manzoni entra nel 1791 nel collegio dei Somaschi a Merate, dove rimane fino al 1796, anno in cui viene ammesso presso il collegio dei Barnabiti.
Dal 1801 abita col padre a Milano, ma nel 1805 si trasferisce a Parigi, dove a quel tempo invece risiedeva la madre insieme con il suo compagno, Carlo Imbonati (lo stesso a cui Giuseppe Parini aveva dedicato l’ode “L’educazione”), morto poi in seguito quello stesso anno. Proprio in onore di lui, in segno della stima che gli portava, Manzoni compone il carme “In morte di Carlo Imbonati”. A Parigi rimane fino al 1810 e si accosta, stabilendo anche forti amicizie, all’ambiente degli ideologi, che ripensavano in forme critiche e con forti istanze etiche la cultura illuminista.
Rientrato a Milano nel 1807, incontra e si innamora di Enrichetta Blondel, con la quale si sposa con rito calvinista e dalla quale avrà negli anni ben dieci figli (otto dei quali gli morirono tra il 1811 e il 1873). Il 1810 è l’anno della conversione religiosa della coppia: il 22 maggio Enrichetta abbraccia la fede cattolica e, tra l’agosto ed il settembre, il Manzoni si comunica per la prima volta. Dal 1812 lo scrittore compone i primi quattro “Inni Sacri”, che verranno pubblicati nel ‘15; l’anno seguente inizia la stesura de “Il conte di Carmagnola”.
E’ questo, per il Manzoni, un periodo molto triste dal punto di vista familiare (dati i numerosi lutti) ma molto fecondo da quello letterario: nei due decenni successivi (all’incirca fino al ‘38-’39) compone, tra gli altri, la “Pentecoste”, le “Osservazioni sulla morale cattolica” (che, a parte le ragioni ideologiche, sono un prezioso documento della sensibilità psicologica del Manzoni), la tragedia “l’Adelchi”, le odi “Marzo 1821″ e “Cinque Maggio”, le “Postille al vocabolario della crusca” ed avvia la stesura del romanzo “Fermo e Lucia”, uscito poi nel ‘27 col titolo “I promessi sposi” (ma la cui seconda e definitiva stesura avverrà nel 1840, con la pubblicazione a dispense corredata dalle illustrazioni del Godin). Il lungo lavoro di stesura del romanzo si caratterizza sostanzialmente per la revisione linguistica, nel tentativo di dare un orizzonte nazionale al suo testo, orientandosi sulla lingua “viva”, cioè parlata dai ceti colti della Toscana contemporanea. Per questo si recò a Firenze nel 1827 allo scopo di “risciacquare i panni in Arno”.
Nel ‘33 muore la moglie, ennesimo lutto che getta lo scrittore in un grave sconforto. Passano quattro anni e nel ‘37 si risposa con Teresa Borri. La tranquillità familiare, però, è ben lungi dal profilarsi all’orizzonte, tanto che nel’48 viene arrestato il figlio Filippo: è proprio in questa occasione che scrive l’appello dei milanesi a Carlo Alberto. Di due anni dopo è la lettera al Carena “Sulla lingua italiana”. Tra il ‘52 e il ‘56 si stabilisce in Toscana. La sua fama di letterato, di grande studioso ed interprete della lingua italiana si andava sempre più consolidando e i riconoscimenti ufficiali non si fanno attendere, tanto che nel 1860 ha il grande onore di essere nominato Senatore del Regno.
Purtroppo, accanto a questa soddisfazione di rilievo segue sul piano privato un altro incommensurabile dolore: appena un anno dopo la nomina, perde la seconda moglie. Nel ‘62 viene incaricato di prendere parte alla Commissione per l’unificazione della lingua e sei anni dopo presenta la relazione “Dell’unità della lingua e dei mezzi per diffonderla”.
Nel 1873, muore a Milano, venerato come il letterato italiano più rappresentativo del secolo e come il padre della lingua italiana moderna. Per la sua morte Giuseppe Verdi compose la stupenda e “laica” “Messa da Requiem”.
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Dante Alighieri

Nasce nel 1265 da una famiglia guelfa di Firenze, di piccola nobiltà. Amico di Guido Cavalcanti, di cui inizialmente subì l’egemonia culturale, partecipò con lui e con altri poeti al movimento del Dolce Stil Nuovo. Gran parte delle sue rime giovanili sono dedicate ad una “Beatrice”, che viene tradizionalmente identificata con l’omonima figlia di Folco Portinari, sposata a Simone de’ Bardi, e morta di parto l’8 giugno 1290. Il poeta tra il 1293 e il 1294 rielabora la storia spirituale del suo amore nella “Vita Nuova”, un libriccino mescolato di versi e di prosa.
Dopo questa data Dante comincia a partecipare alla vita politica di Firenze, del cui esercito ha fatto parte in diverse occasioni (nel giugno 1289 lo troviamo tra i “feditori” a cavallo nella battaglia di Campaldino contro i ghibellini di Arezzo, nell’agosto dello stesso anno è nell’esercito fiorentino che tolse ai pisani la fortezza di Caprona). Dante, che aveva trascorso un periodo di studi a Bologna, si iscrisse alla corporazione dei medici e degli speziali per iniziare la carriera politica (gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella riservavano il governo del comune solo ai cittadini iscritti a una delle corporazioni d’arti e mestieri).
Nel 1300 le sue responsabilità politiche aumentarono, e Dante divenne uno dei Priori, dedicando la maggior parte delle sue energie a contrastare i piani del papa Bonifacio VIII. Questi infatti , approfittando del conflitto presente in Firenze fra i Bianchi, capeggiati dalla consorteria dei Cerchi, e i Neri guidati da quella dei Donati, cercava di di estendere la sua autorità su tutta la Toscana.
Nell’ottobre del 1301 il papa inviò a Firenze Carlo di Valois, fratello del re di Francia, apparentemente come paciere: ma in realtà Carlo aveva l’incarico di debellare i Bianchi. Mentre Dante si trovava a Roma come ambasciatore del comune di Firenze presso il Pontefice, Corso Donati e i neri conquistarono, con uccisioni e violenze, il potere.
Dante fu condannato all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, a una multa e all’esilio per due anni, per furto del denaro pubblico, azioni ostili verso il papa e la città (non essendosi presentato a discolparsi fu condannato ad essere bruciato vivo se fosse caduto in mano al Comune). Dal 1302 comincia il periodo dell’esilio, che durerà fino alla morte del poeta. Iniziò un pellegrinaggio per l’Italia. Prese contatto con Bartolomeo della Scala a Verona e con i conti Malaspina in Lunigiana, e tra il 1304 e il 1307 compose il Convivio (poi rimasto interrotto) per acquisire meriti di fronte all’opinione pubblica (per lungo tempo coltivò l’illusione di poter essere richiamato nella sua città come riconoscimento della sua grandezza culturale). Appartiene allo stesso periodo il De Vulgari Eloquentia.
Col passare degli anni Dante iniziò a vedere il suo esilio come simbolo del distacco dalla corruzione, dagli odi e dagli egoismi di parte, e si considerò guida per gli uomini alla riconquista di essa, della verità e della pace. Tale vocazione ispira la Divina Commedia, cominciata probabilmente dopo il 1307. Nel 1310 il nuovo imperatore Arrigo VII scese in Italia e Dante, scrisse delle lettere per esortare tutti ad accogliere colui che poteva riportare alla pace; scrisse inoltre il suo trattato politico più importante, la “Monarchia”. Ma nel 1313 Arrigo morì improvvisamente a Buonconvento presso Siena, e Dante abbandonò ogni speranza di tornare a Firenze. Negli ultimi anni, fu ospite di Can Grande della Scala a Verona e di Guido Novello da Polenta a Ravenna. Qui portò a termine l’ultima parte della Commedia, di cui era già stata pubblicata prima del 1315 la prima cantica, l’Inferno.
Lo scrittore muore a Ravenna nel 1321.Note biografiche a cura di Mirko Locatelli (kaneda@computech.it) eRoberto Gagliardi (jaufre@mbox.vol.it).
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