Un killer terrorizza la Campania. Il suo nome è Giuseppe Setola, ma i suoi complici lo chiamano ‘O cecato.
Carabinieri e polizia gli danno la caccia, ma lui riesce a scappare lasciando una scia di morti dietro di sé. Fugge in skateboard attraverso le fogne, ruba auto e corre sui tetti.
Uno dopo l’altro cadono pentiti e commercianti che si rifiutano di pagare il pizzo, extracomunitari e spacciatori.
Per sfuggirgli si consegna allo Stato il manager dei rifiuti Gaetano Vassallo, che racconta come per trent’anni, con la complicità di politici e funzionari corrotti, la camorra ha devastato le terre, le acque e i cieli della Campania.
È questo il tema su cui si snoda il libro della giornalista napoletana Daniela De Crescenzo, esperta cronista de «Il Mattino», componente del comitato scientifico della rivista «Narcomafie» e «premio Cronista» dell’anno 1994/95.
È la vera storia di uno spietato killer, Giuseppe Setola: dal 14 marzo 2008, data in cui il difensore di Bidognetti e Iovine legge nell’aula della Corte di assise di appello di Napoli il proclama-ricusazione che dà il via libera all’epopea di Setola, al 14 gennaio del 2009, data dell’arresto del killer.
Vendette, omicidi, attentati, intimidazioni, una strage mancata, una riuscita. Ma sullo sfondo si muovono gli uomini del secondo e terzo livello del clan dei Casalesi. Il pentito che aprirà uno squarcio non riparabile nel business dei rifiuti, Gaetano Vassallo, inizia a collaborare con la giustizia in quegli stessi giorni. Tre volte processato, tre volte assolto e sempre colpevole, come lui stesso dice ai magistrati della Dda di Napoli, mette l’apparato investigativo in condizioni di trovare i depositi nascosti di rifiuti altamente tossici – come gli scarti di lavorazione proveniente dell’Acna di Cengio – ma fa anche i nomi dei referenti politici del clan dei Casalesi. Indica, nei suoi verbali, i nomi dell’ex ministro Mario Landolfi e del sottosegretario all’Economia in carica, Nicola Cosentino, entrambi indagati per reati di mafia. In parallelo la fuga di Setola dai poliziotti e carabinieri, la complicata gimkana che lo porterà nei cunicoli delle fogne di Trentola e poi in una casa a Mignano Montelungo, dove sarà arrestato.
Tratto da Il Mattino

In Piemonte e nei pressi di Alessandria si trova la chiesa dedicata a San Baudino e a Santa Varena. Su un muro di questa chiesa vi è una pietra con sopra una scritta ”Pietra di Santa Varena”. Secondo la tradizione questa pietra di granito avrebbe delle proprietà guaritrici per chi soffre di mal di schiena appoggiandovi la schiena la schiena nel punto dolorante. La santa di origine elvetica si sarebbe fermata in questo luogo tornando dall’Egitto visse per anni nel nord Italia e oltralpe compiendo miracoli. Avrebbe infatti “prodigiosamente” spostato il masso, che si trovava fuori dal paese (sembra nella borgata Parasio) nel luogo in cui si trova ora per strapparlo ai culti pagani che gli abitanti della zona ancora praticavano, e avrebbe ordinato di costruirvi sopra una chiesa, cristianizzandone il culto. Lo studioso Roberto Gremmo, ha notato che nella lingua locale la parola varèina, significa appunto “guaritrice”.